Ma queste sigarette elettroniche?

No, non sono innocue.

Sì, i composti derivati sono dannosi tanto quanto quelli di una sigaretta normale.

Ma forse è meglio procedere con ordine prima che un’orda di fumatori – o ex fumatori – mi travolga di proteste. Sì perché quello che mi piace della scienza è che è in grado di spiegare con disarmante freddezza quanto anche le cose a cui siamo più dipendenti possano in realtà risultare una bella fregatura, e questo a molti non piace.

Prendiamo in esame il fumo di sigaretta: quella classica, normale, sulla cui confezione spesso ci piazzano foto orrende nel tentativo probabilmente vano (se non controproducente) di sensibilizzare il fumatore stesso sul rischio che corre. Ma la conoscete, banalmente, la composizione del fumo di sigaretta? Ciò che svolazza pacifico dai vostri nasi e dalle vostre bocche è chimicamente considerato un aerosol: un complesso costituito da una fase di vapore e una particolata in cui i costituenti si distribuiscono. Questi nel dettaglio sono rappresentati da: nicotina, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), nitrosammine tabacco specifiche (NTS) i quali si distribuiscono più piacevolmente nella fase particolata del fumo; idrocarburi leggeri – quindi piuttosto volatili – quali benzene, butadiene e toluene nella fase invece di vapore; acido cianidrico e ammoniaca in entrambe le fasi.

Non vi tedio né sulla tossicità di ciascuna di queste molecole – anche perché ora sapendo il loro nome è immediato, se uno è curioso, cercare su internet cosa comportano – né sulla pericolosità della dipendenza da nicotina. Un po’ perché non sono nella posizione di farlo e un po’ perché penso che le sigarette si consumerebbero ugualmente.

Non a caso la comunità scientifica e lo stesso Stato italiano hanno fatto molto per tentare di placare questa “piaga”, se così si può chiamare (specie tra i giovani) con risultati piuttosto deludenti. E io imparo dagli errori che sono stati fatti; mi piace parlare solo per chi ha orecchie che ascoltano.

Venendo al dunque, possiamo considerare l’introduzione delle E -Cig (sigarette elettroniche) proprio come un tentativo di diminuire la dipendenza da nicotina e per arginare la sempre aumentata incidenza di cancro al polmone, al sistema cardiovascolare e di sterilità nella popolazione fumatrice ma, per quanto l’idea possa essere stata buona, l’invenzione è passata a tutti come “Hey, vuoi fumare senza prendere il cancro? Vuoi fare dei bellissimi giochi di fumo con la bocca immergendo il pubblico in un delizioso aroma di fragola? Ecco il prodotto che fa per te!”. Non serve che vi dica che non c’è niente di più sbagliato.

“Eh ma guarda che è come respirare vapore acqueo mica fa male”

Allora, no. Il vapore acqueo è presente in quantità variabile anche nell’aria che respiriamo e non so se vi è mai capitato in alta montagna di trovarvi in mezzo ad una nuvola: è ben diverso in quanto a viscosità e si comporta oltretutto in modo nettamente differente. E non è un caso: l’obiettivo era quello di ridurre via via le dosi di nicotina ai soggetti dipendenti lasciando comunque loro il piacere dell’atto, il valore sociale che ha acquisito nel corso del tempo, il benessere della “pausa sigaretta”. Poteva sembrare geniale, ma come poter simulare il fumo di una sigaretta vera?

Tra i composti organici che la natura ci ha offerto, ci sono tornati utili la glicerina e il glicole propilenico. Per non parlare arabo: la glicerina è un alcolo costituente base – quando esterificato – dei lipidi (la nostra pancetta e i nostri fianchi ricchi di adipe) e dei fosfolipidi (membrane cellulari). A temperatura ambiente è un liquido viscoso e dolciastro e viene usata spesso come additivo farmaceutico (gocce auricolari, preparazioni uso esterno) o nei fumi da palcoscenico – ricorda qualcosa?

Il glicole propilenico è anch’esso un alcolo ampiamente usato in industria ed è il costituente principale, per capirci, del liquido antigelo per l’auto.

Nessuno dei due composti crea danni particolari se ingerito in quantità controllate. È quando la sigaretta elettronica li manda in areosol che le cose non sono più tanto sicure. Come? Nella sigaretta elettronica è presente una resistenza, la quale scalda un conduttore, il quale riscalda a sua volta la miscela fino a farla evaporare. Tutto bellissimo: la quantità desiderata di nicotina viene veicolata insieme agli aromi senza rinunciare ad una gradevole corposità.

La chimica organica frena gli entusiasmi con poco. Prendiamo ad esempio il glicole propilenico: se sottoposto ad una certa quantità di energia (= calore della resistenza) questo decade piuttosto velocemente in metil gliossale, e se la cosa si fermasse qui sarebbe anche tutto okay. In toto dal solo glicole propilenico avremmo propanale, 2 – propenolo e metilgliossale, nessuno di questi nocivi per l’uomo. L’uso prolungato però (che frega sempre un po’ tutti) aumenta il carico di energia sul metilgliossale che, guarda un po’, si trasforma in acetaldeide e formaldeide. Forse ora questi nomi vi dicono qualcosa. Ma c’è di più: questi si ritrovano anche nel fumo di sigaretta. Sono tra quei composti che vi ho citato all’inizio che forse sembravano un po’ messi lì a casaccio ma che ora tornano utili per capire qual è la reale pericolosità anche delle sigarette elettroniche.

Anche la glicerina fa la sua parte: a lei vengono attribuite le proprietà viscose e in certo qual modo piacevoli del fumo simulato dalla sigaretta elettronica. Ma ahimè non è esente da trasformazioni conseguenti all’esposizione al calore. In presenza di energia, infatti, perde volentieri una o due molecole d’acqua (si disidrata) formando nel primo caso glicidolo, nel secondo caso acroleina.

Anch’essi a far compagnia ad acetaldeide e formaldeide tra i composti chimici in comune con il fumo e con cui condividono anche le relative tossicità, tra cui: il rischio cancerogenico, l’effetto irritante sulla mucosa e i problemi cardiovascolari ad essi connessi.

In conclusione: sì, io penso e ritengo che le sigarette elettroniche rappresentino un buon passo avanti per aiutare le persone a smettere di fumare. La sottrazione graduale di nicotina aiuta ad evitare l’intero quadro clinico da crisi di astinenza e ad uscire da un circolo che si pensa essere più vizioso di quello di cocaina ed eroina stesse.

No, non ha alcun senso vengano fumate per il piacere di essere fumate. Non ha altrettanto senso che rappresentino addirittura il primo approccio al fumo per molti (alcuni ancora adolescenti) solo perché ingannati dalla presunta salubrità della cosa. Come se fosse divertente, come se fosse un giocattolo, come se servisse solo a rendersi belli davanti agli altri.

Ne vale la pena se questo è a discapito della propria salute e quella dei cari che ci stanno vicino?

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In preparazione 2.0: a distanza di un anno.

Il fatto è che quando inizi una cosa nuova spesso lo fai d’impulso e, presa dall’emozione, ti improvvisi divulgatrice senza alcuna esperienza di rilievo. Né come scienziata, né come scrittrice.

E devo dire che i fatti lo hanno dimostrato bene: prima di scrivere l’ultimo articolo qui sotto è passato un anno e lì ferme ci sono ancora le mie bozze dove tentavo di spiegare cosa sono i terpeni. Ebbene forse non sono ancora pronta a tutto ciò – per quanto mi piacerebbe – per cui il blog è stato promosso a Terreni di Cultura 2.0. L’evoluzione è nei contenuti: più personali, più attuali, più sulle mie corde e più che altro per esercitare la mia scrittura portando comunque qualcosa di – penso – utile a questo mondo.

Almeno un po’.

Buona lettura.

Omeopatia: perché?

Faccio una premessa: non è un articolo a scopo prettamente divulgativo. Diciamo che nasce più che altro da esigenze personali.

C’è questo brutto vizio, nelle persone di questo mondo, a catalogare le cose in bianco o in nero. O è questo o è quello. O si fa o non si fa. O funziona o non funziona. Potremmo dire che anche un po’ nella scienza – specie nella sperimentazione – è così, ma poche volte ci si rende conto che la classificazione delle cose, delle scoperte, dei farmaci, dei postulati non è che la fine di un percorso dove l’elasticità mentale è importantissima e necessaria. Ergo, prima di poter affermare che qualcosa è bianco o è nero non basta esaminare la scala di grigi ma l’intero spettro luminoso dei colori sia visibili che non visibili.

Ma veniamo al dunque: il mio corso di laurea è prettamente direzionato verso la conoscenza e l’utilizzo delle piante officinali, che siano esse per automedicazione (con poche, se non nulle, precauzioni da attuare), fino a farmaci che tutt’oggi rimangono imbattuti in campo medico (chemioterapici principalmente). Ma è nella prima categoria di cure che le cose sono gran poco chiare: la fitoterapia è una scienza riconosciuta – e non a caso. Rientra infatti nelle discipline mediche cosiddette Evidence Based, ossia quel tipo di medicina, tutt’ora utilizzata per curare i malati che si rivolgono ad un medico o ad un ospedale, che si basa sul fornire terapie che prima di poter essere messe in atto su pazienti in vivo hanno attraversato trial clinici estremamente complessi, rigidi e lunghi (per alcuni anche più di 15 anni di sperimentazione) e che hanno saputo dimostrare efficacia sotto le strette regole della statistica – che viva dio governa il nostro mondo indiscussa ed è alla base del benessere di cui molti di noi godono.

Ecco, l’omeopatia no. Per l’omeopatia non c’è alcuno studio soddisfacente dal punto di vista statistico – ma nemmeno medico. Rientra, infatti nelle medicine cosiddette alternative ossia quei farmaci che nell’ideale comune al posto che prendere in farmacia trovi in erboristeria. Niente di più scorretto. Le piante officinali necessitano di conoscenze piuttosto importanti prima di poter essere somministrate e –  come tutti i farmaci – posso avere i loro pro ma anche i loro contro.

E allora che cos’è quest’omeopatia? La zia del cugino di un mio amico dice che ci sono le piante dentro e che fa bene.

Vi racconto innanzitutto in sintesi com’è nata. Un certo Samuel Hahnemann – medico tedesco del primo Ottocento – ha fatto una scoperta piuttosto sensazionale per le sue conoscenze: traducendo dei testi a lui antecedenti riguardo l’uso della china (Cinchona officinaliscome terapia contro la malaria si è reso conto che in realtà è una pianta piuttosto tossica. Ma c’è di più: la tossicità che si manifesta da ingestioni eccessive di chinidina e chinina – i due alcaloidi responsabili del maggior effetto del rimedio – ha una sintomatologia molto simile a quella della malattia che la pianta stessa dovrebbe curare. Ed ecco dove è il link: secondo Hahnemann dunque per curare una malattia va dato un veleno che nell’uomo manifesta un quadro clinico simile se non uguale al corrispettivo della patologia da trattare.

Quindi nell’Ottocento si ammazzavano i pazienti con i veleni per curarli da patologie che davano una sintomatologia simile?

No. Hahnemann per nostra fortuna poteva pur essere un ricercatore quasi eccessivamente entusiasta, ma non era pazzo. Le formulazioni preparate con queste piante normalmente tossiche dovevano infatti avere diluizioni altissime; in questo modo si annullava l’effetto tossico e rimaneva quello terapeutico. E si parla di diluizioni – ad oggi attuate – fino a 200CK o anche 300CK. (Basti pensare che per avere una diluzione 1CK si parte dal principio attivo scelto e lo si diluisce al 99% acqua. Poi si scarta tutto, pensando che un 1% della soluzione precedente sia rimasta in qualche modo nel contenitore. Si diluisce al 99% nuovamente. E così via.)

Ebbene com’è possibile che nessuno in duecento anni si sia accorto che forse queste preparazioni non davano beneficio clinico reale e che quindi erano ormai diventate obsolete?

Perché non lo sono. Esiste una cosa ancor più forte della statistica, delle evidenze e della scienza come è conosciuta ora: le credenze popolari. E uno può tranquillamente pensare che siano una bella fregatura del 21esimo secolo, queste baggianate da medioevo. Un altro invece potrebbe pensare che siano la vera avanguardia per un benessere duraturo ed effettivo della specie umana. Nessuno di questi due punti di vista si è sprecato ad analizzare le sfumature in mezzo – e ce ne sono moltissime. Escludendo i pazzi che curano un ematoma del figlio con il cortisone ed escludendo altresì i deviati mentali che pensano di sconfiggere un tumore con le pastiglie di Oscillococcinum ( = zucchero, ma venduto circa a 1000€/kg), l’omeopatia può avere un’utilità: per i pazienti che ci credono.

Non è una cosa da sottovalutare questa, la fiducia che ha il paziente nella terapia. Non siamo più nel Medioevo, per l’appunto, quindi evitiamo di escludere scienze quali la psicologia dal trattamento di una malattia. Non è un caso se parte di quei durissimi trial clinici a cui accennavo prima comprendono anche il test in doppio cieco. Vale a dire che il farmaco ottenuto – che può essere potentissimo – deve vedersela con una pastiglia placebo. Un gruppo di persone significativamente grande dovrà prendere quest’ultimo mentre un gruppo diverso dovrà prendere il farmaco. Ma nessuno di loro – tantomeno i medici che glielo somministrano – potrà sapere qual è uno o qual è l’altro. Quindi vi invito a considerare che effetto può avere l’aspettativa del paziente sulla riuscita o meno di una terapia. Si parla in molti casi di fare la differenza tra vivere o morire e la chimica non c’entra niente.

Tutto questo per dire cosa?

Che il mondo non è né bianco né nero. Ma neanche grigio. È così estremamente variegato che, mannaggia, se si deve curare un cancro ad un paziente che crede molto ai benefici dell’omeopatia allora è inutile adirarsi tanto e/o pensare che sia stupido. Se non prende la sua pastiglia di zucchero dopo o prima del ciclo di chemio i potentissimi antitumorali orgoglio della scienza moderna potrebbero davvero far cilecca.

Per quanto assurda sia questa storia dell’omeopatia, quindi, potrebbe avere un campo di utilità. E nella lotta infinita di scienza vs noscienza, medico vs zia Carla, sì vs no, probabilmente cercare un compromesso potrebbe portare ad un esito più produttivo, meno dannoso e decisamente più sereno. Questo però richiede apertura: dello scienziato verso i dubbi e le necessità del paziente e del paziente verso l’autorità e la conoscenza dello scienziato.

E qui c’è molto da lavorare da entrambe le parti.

 

 

In preparazione

È così, quando si comincia una cosa nuova come la botanica farmaceutica prima di poter arrivare al succo della questione va attraversato (e capito) un sentiero piuttosto difficile e non sempre amico: la chimica

Ora, non partirò di certo dal mesozoico (nucleo, elettroni e protoni non verranno nominati), bensì la mia intenzione è quella di creare dei trafiletti in grado di riassumere e descrivere in linea generale e chiara le classi di composti che principalmente interessano il campo vegetale e farmaceutico. Questi verranno inseriti negli articoli di maggior interesse per poter chiarire e (questo per me) dare per assodati certi concetti base che sarebbe troppo pesante riproporre in toto nel mezzo di un articolo.